Quante gocce di vino ci sono volute per scrivere la storia della nostra terra? Se guardiamo al passato di Moio della Civitella, scopriamo che la nostra storia si racconta proprio così: una goccia, e un calice, alla volta.
Spesso pensiamo alla nostra viticoltura come a una tradizione strettamente locale, ma i tralci delle nostre vigne si sono spinti molto più lontano di quanto si possa immaginare. L’esportazione del vino di Moio della Civitella vanta radici antiche e ha toccato, nei secoli, traguardi di altissimo prestigio.
Basti pensare che già nel Rinascimento il nostro vino sedeva alle tavole dei potenti. Un prezioso documento storico testimonia che il 30 aprile 1571 Cesare Longo (fratello di Maria Beatrice Longo, fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili) riforniva di vino, proveniente direttamente dalle nostre terre, nientemeno che la prestigiosa Corte Vicereale di Napoli.
Ma l’eccellenza non si è fermata al Regno di Napoli. Facendo un salto in avanti fino al 1878, troviamo un viticoltore locale, Giovanni Alario, alla conquista della Francia. Alario partecipò all’Esposizione Universale di Parigi, portando in alto la bandiera dell’enologia italiana. Il risultato? Una prestigiosa medaglia d’argento per i vini di prima classe. L’eco di quel trionfo fu tale che numerosi mercanti francesi iniziarono a recarsi fisicamente tra le contrade di Moio della Civitella per acquistare le nostre botti.
Il Novecento ha poi consacrato il vino moiese su scala globale. Nei primi anni del ‘900, le nostre botti hanno varcato i confini nazionali raggiungendo la Germania, gli Stati Uniti e spingendosi fino al Sud America (Uruguay, Argentina e Brasile). Il legame commerciale e affettivo più profondo, tuttavia, si strinse con il Venezuela. Lì, una solida e orgogliosa rete di emigrati cilentani fungeva da vero e proprio ponte commerciale: accoglievano il vino della madrepatria e lo distribuivano capillarmente, portando un sorso di “casa” oltreoceano.