Santa Sofia: il vitigno che fa da ponte tra popoli e secoli a Moio della Civitella

Le radici della nostra terra non affondano solo nella nuda pietra del Cilento, ma in una storia millenaria fatta di scambi, spiritualità e agricoltura. C’è un testimone silenzioso di questa eredità, un vero e proprio “reliquato” biologico della nostra storia medievale: il vitigno Santa Sofia.

Il Santa Sofia è una varietà a bacca bianca autoctona della Campania, storicamente radicata nelle aree interne della regione. Eppure, la sua non è una storia comune. Questa varietà si è differenziata e definita nel cuore del Medioevo, germogliando in un contesto culturale affascinante e ibrido, al crocevia tra le dominazioni bizantina e longobarda. Due mondi che, incontrandosi, hanno plasmato l’agricoltura, tracciato le rotte commerciali e favorito la circolazione di nuove specie botaniche lungo l’Appennino meridionale.

Seguendo le antiche direttrici di comunicazione, la vite di Santa Sofia si è propagata fino a trovare un habitat d’elezione nel Cilento, attecchendo con forza a Moio della Civitella.

Ma come è arrivata fin qui? La risposta va cercata nel profondo legame tra la nostra terra e i monaci. Per secoli, il Cilento ha ospitato numerosi centri monastici italo-greci. Intorno a queste comunità, non rinasceva solo la spiritualità, ma si rigenerava letteralmente l’agricoltura del territorio. I Bizantini portarono con sé i propri culti, e tra questi spiccava una forte devozione per Santa Sofia. Non a caso, proprio a questa Santa era dedicata l’antica Cappella a cui facevano riferimento le comunità nascenti di Moio e Pellare, ancor prima che venissero edificate le rispettive chiese. Il vitigno ha preso il nome dalla fede di chi lo coltivava.

Per secoli, il Santa Sofia è vissuto nell’ombra, spesso confuso e scambiato con il più celebre Fiano, quasi a perderne memoria. Solo in tempi recenti, grazie alla ricerca, è stata dimostrata la sua identità genetica del tutto autonoma.

Oggi, assaporare un calice di Santa Sofia non significa solo bere un ottimo vino bianco locale, ma compiere un viaggio nel tempo, celebrando un vitigno che è stato, ed è ancora, un ponte tra culture e popoli diversi.

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